Amministrazione digitale

Lo sviluppo delle tecnologie digitali consente alle autorità amministrative nazionali di tutta l’UE di utilizzare strumenti di decisione automatizzata o persino sistemi basati sull’intelligenza artificiale nell’esercizio dei loro poteri pubblici in tutti i settori del diritto amministrativo. Sebbene alcuni di questi settori rientrino nell’ambito di applicazione del diritto dell’UE e altri rimangano formalmente di competenza interna, gli strumenti e i processi digitali utilizzati dalle amministrazioni sono sempre più disciplinati dalla normativa dell’UE, in particolare dal GDPR e dall’AI Act. Quando le autorità nazionali si avvalgono di tali tecnologie regolamentate, esse agiscono nell’ambito di applicazione del diritto dell’UE, indipendentemente dal settore di policy sostanziale interessato. Ciò comporta implicazioni di natura costituzionale. Agendo sulla base della legislazione digitale dell’UE, le autorità nazionali determinano l’applicabilità della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che vincola gli Stati membri ogniqualvolta essi attuino il diritto dell’Unione. La digitalizzazione e l’automazione dei procedimenti amministrativi ampliano pertanto la portata pratica dei diritti fondamentali dell’UE. Gli standard europei in materia di diritti fondamentali acquisiscono così la capacità di incidere sulla progettazione e sullo sviluppo degli strumenti di ADM (Automated Decision-Making) o di intelligenza artificiale, nonché sul ragionamento giuridico e sul controllo giurisdizionale delle decisioni generate dall’ADM o assistite dall’IA. Il contributo sostiene che ciò favorisca una forma di armonizzazione delle prassi amministrative nazionali guidata dalla tecnologia, che emerge indirettamente dalla regolazione degli strumenti digitali, e ne analizza le implicazioni sia per le autorità amministrative sia per i giudici nazionali.

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L’articolo indaga le contraddizioni dei servizi pubblici economici, attraverso gli esempi paradigmatici dei servizi pubblici locali e delle comunicazioni elettroniche. Pur partendo da opposte situazioni di mercato e impostazioni di regolazione, questi servizi si connotano per un divario tra prestazioni rese e diritti degli utenti, quanto alla qualità dei servizi locali e all’universalità della connessione. Emerge poi un una strutturale inadeguatezza del monitoraggio e della valutazione, che pure sono poste al centro della recente riforma servizi dei pubblici locali, così come della programmazione finanziaria e delle attività di realizzazione delle infrastrutture, quanto ai servizi di comunicazione elettronica.

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La trasformazione digitale della pubblica amministrazione impone un ripensamento profondo delle relazioni tra i livelli di governo nei sistemi multilivello. Il processo di digitalizzazione dell'Italia richiede la cooperazione tra Stati, Regioni ed enti locali per garantire sostenibilità, interoperabilità e inclusione. Il quadro mira a creare un nuovo ecosistema digitale nazionale basato sulla complementarità, sulla condivisione dei dati, su infrastrutture interoperabili e su piattaforme supportate da meccanismi finanziari nazionali ed europei. Questa cooperazione oscilla tra oscilla tra modelli paritari e forme di coordinamento più centralizzate, nelle quali riemerge il ruolo dello Stato centrale attraverso la competenza esclusiva in materia di coordinamento informatico e i meccanismi di finanziamento. Accanto all’asse Stato-Regioni, assume crescente rilievo la dimensione comunale, caratterizzata da iniziative strutturali e forme di collaborazione funzionale, episodica, che rischiano di produrre un’Italia digitale a due velocità. Il confronto con il federalismo tedesco evidenzia analogie e criticità: pur disponendo di una base costituzionale per la cooperazione digitale e di strumenti di raccordo, la Germania affronta ancora una forte frammentazione operativa, ritardi nella digitalizzazione dei servizi e limiti derivanti dall’autonomia dei Länder. Nel complesso, emerge un modello cooperativo in trasformazione, che deve bilanciare autonomia e coordinamento, efficienza e partecipazione, con l’obiettivo di realizzare un ecosistema digitale realmente integrato e capace di sostenere innovazione e coesione territoriale.

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Il contributo analizza le sfide poste dall’integrazione dell’intelligenza artificiale (IA) nelle gare d’appalto pubbliche in Italia, prendendo spunto dalla sentenza del TAR Lazio n. 4546 del 3 marzo 2025, successivamente confermata dal Consiglio di Stato con sentenza n. 8092 del 20 ottobre 2025, come caso di studio chiave. Questa pronuncia, la prima in Italia ad affrontare l’uso di IA generativa (ChatGPT-4) in un’offerta tecnica, funge da lente per esaminare l’adeguatezza dei quadri giuridici tradizionali. L’analisi critica la decisione del TAR di respingere il ricorso basandosi sui principi consolidati dell'ampia discrezionalità tecnica della commissione giudicatrice e sulla limitata sindacabilità delle valutazioni effettuate con il metodo AHP (Analytic Hierarchy Process). L’autore sostiene che questa impostazione crei un “doppio scudo” che rende quasi impossibile un sindacato giurisdizionale effettivo sulla sostanza tecnica delle soluzioni di IA, generando un “paradosso deferenziale”.

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L’Intelligenza Artificiale è nell’agenda di ricerca di tutti. Gli studiosi di diritto amministrativo, me compreso, non fanno eccezione. In questo contributo, illustro la mia prospettiva sulle sfide dell’Intelligenza Artificiale nel mio campo di ricerca. I governi sono generalmente assenti e lo sono doppiamente. In primo luogo, perché hanno abbandonato la loro responsabilità di regolatori finalizzata a garantire che tutto ciò che viene immesso sul mercato sia sicuro da utilizzare per il pubblico. In secondo luogo, perché i governi hanno rapidamente adottato l’Intelligenza Artificiale per le proprie attività, riconoscendone il potenziale in termini di maggiore efficienza. La sfida non sta nella politica, ma nei dettagli: le azioni del governo influenzano la vita, gli interessi e i diritti delle persone. È fondamentale che l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale non crei danni inutili. L’IA è uno strumento utile, anche nel governo. L’intelligenza artificiale è un valido strumento, anche nella pubblica amministrazione. Ma senza procedure chiare per gestirla, ci si può aspettare utilizzi dannosi che potrebbero suscitare l’opposizione dei cittadini rispetto ad un loro diffuso utilizzo.

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Il principio di leale cooperazione informativa può essere definito come il principio in base al quale le diverse pubbliche amministrazioni debbono cooperare nello scambio di dati, informazioni e documenti che siano funzionali allo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali. Questo principio riveste un’importanza cruciale nel percorso di progressiva digitalizzazione ed automazione dei processi decisionali della pubblica amministrazione. Nonostante nel nostro ordinamento siano previsti una serie di strumenti volti a rendere sempre più effettivo e agile lo “scambio informativo” tra amministrazioni, non sempre nei fatti tale “cooperazione informativa” avviene in modo pieno. Si pone, pertanto, la necessità di indagare il livello di giustiziabilità di tale principio, ossia di verificare quali sono i rimedi procedimentali e processuali a disposizione di una pubblica amministrazione che voglia reagire alla omessa trasmissione di dati, informazioni e documenti necessari allo svolgimento delle proprie funzioni istituzionali.

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Il contributo analizza la trasformazione digitale del governo del territorio nell’ordinamento giuridico italiano per l’effettività del diritto ad una buona amministrazione nazionale ed europea. Si esamina la necessaria interoperabilità dei dati territoriali che diviene strategica per la gestione amministrativa integrata dei territori, con particolare attenzione alle recenti normative europee e nazionali, ai vincoli procedurali e agli standard per la pianificazione e l’attuazione di politiche territoriali. Vengono delineate le prospettive giuridiche innovative del City Information Modeling (CIM) per la modellazione informativa delle città e per la reingegnerizzazione dei procedimenti edilizi digitali, ed in particolare del permesso di costruire.

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Il contesto digitale pone al centro la questione della governance, quale terreno di riflessione sull’influenza di teorie elaborate nel Novecento, il ruolo del legislatore e degli interpreti nel definire la struttura istituzionale e normativa per il governo delle tecnologie, la cui diffusione e pervasività hanno richiesto e richiedono un adattamento dell’ordinamento.

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L’analisi prende le mosse dall’assenza di riferimenti normativi esaustivi ed evidenzia come la prospettiva “dominicale” rappresenti solo un tassello di un paradigma giuridico assai complesso e sfaccettato. Alla considerazione dei dati come beni – che non può essere data per scontata – si affiancano, infatti, la dimensione della tutela dei diritti del titolare delle informazioni e quella dei principi che devono guidare l’attività della p.a. Si tenta di stabilire, poi, se e fino a che punto il patrimonio informativo in possesso dell’amministrazione presenti una qualificazione giuridica e una destinazione pubblica omogenea e si mette alla prova la praticabilità di uno statuto (para)-dominicale, domandandosi a chi appartengano i dati detenuti dalla p.a. L’indagine si conclude con alcune riflessioni sulla necessità di integrare le tre dimensioni individuate in apertura, accogliendo una concezione flessibile di “demanialità in senso ampio.

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Le città intelligenti in Svizzera fanno parte della tendenza alla trasformazione digitale delle amministrazioni pubbliche. Questi processi sono guidati dai Comuni. Quasi tutti gli aspetti della governance pubblica e dei servizi pubblici possono essere considerati parte di questi sforzi di digitalizzazione. Poiché i programmi per le Smart City sono progettati da autorità guidate democraticamente, e poiché questi programmi sono orientati agli obiettivi e incentrati sui clienti, si sostiene, nel presente contributo, che l’autonomia locale sia necessaria per una “buona” implementazione di una Smart City. Tuttavia, l’implementazione di processi digitali è per lo più giustificata da guadagni di efficienza ed efficacia. Sia la tecnologia come strumento, sia il ragionamento per l’implementazione di queste tecnologie potrebbero portare a processi di centralizzazione e, paradossalmente, a una perdita di autonomia locale. L’interesse delle autorità cantonali e federali a trasformare digitalmente l’amministrazione pubblica sta già portando alla perdita di autonomia dei comuni in numerosi settori. Sosteniamo che questa tensione, tra autonomia locale e ricerca di servizi pubblici efficaci ed efficienti, sia già presente nella Costituzione federale e che il sistema manchi di garanzie costituzionali. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per meglio coniare le possibili soluzioni, il presente scritto vuole suggerire alcune soluzioni che potrebbero aiutare a preservare l’autonomia locale.  

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